Ritorno



Le difficoltà di assumere ruoli e funzioni familiari per i padri detenuti.



Durante questo intervento* esporro', sulla base della mia esperienza, le difficoltà dei padri incarcerati nell'assunzione dei loro ruoli e funzioni. Successivamente dimostrero' come queste difficoltà costituiscano un danno per il loro reinserimento e quanto sia giusto sostenerli per consentire loro di assumere le responsabilità familiari, questonell'interesse dei figli stessi.

In caso di detenzione le condizioni per esercitare le funzioni e il ruolo di padre sono determinate da diversi fattori; esaminarle in modo esaustivo pretenderebbe una lunga trattazione. Per questo non potendo tracciarne tutto il panorama mi propongo di suggerirne le dinamiche. Prima di tutto ricordiamoci che la paternità non è come la maternità, fondata sull'esperienza, ma riposa su un enunciato.

All'inizio sull'enunciato della madre che designa il padre del bambino che porta in grembo e poi su quello del bambino che attende dal padre l'assunzione delle sue responsabilità. Questa supremazia dell'enunciazione sull'esperienza gli conferisce un posto importante nell'individuazione. Inserirsi nella filiazione paterna significa sottomettersi ad un principio genealogico che riposa su un legame simbolico e non su scelte affettive. La funzione paterna proietta, nel senso matematico del termine, il bambino - sottratto dalla madre nel periodo della gestazione e nella simbiosi dei primi mesi di vita - in una struttura dominata delle regole dell'alleanza e l'appartenenza. E' a partire dalla funzione paterna che il cucciolo dell'uomo integra l'asimmetria dei livelli generazionali. Questo trasferimento del bambino, dall'universo dominato da legami sensibili a quello dominato dai legami simbolici, caratterizza la funzione paterna.

Quindi, il padre reale non puo' essere identificato in questa funzione: ogni iscrizione o affiliazione del bambino ad una comunità religiosa o etnica, serve all'esercizio di questa funzione. D'altro canto, l'esperienza della paternità è anche un'esperienza sensibile nel corso della quale il padre percepisce il figlio come un prolungamento di sé. La paternità e la funzione paterna sono due nozioni diverse.

Il padre contribuisce a inserire il bambino in una rete strutturata diappartenenze, peraltro il suo legame col figlio è immerso in una serie di relazioni dominate da reciproche identificazioni, vale a dire identificazioni vicendevoli fra padre e figlio. Il padre vede nel figlio quello che era e/o quello che avrebbe voluto essere. In questa prospettiva, si noterà che l'identificazione proiettiva del padre sulla nipote è tanto forte quanto quella del padre sul figlio. Nel caso dell'identificazione col figlio, il complesso immaginario col quale il padre identifica il bambino (proiezione) prima di identificarsi lui stesso (introiezione) è guidato dal suo ideale maschile. Allo stesso modo, il suo contenuto è preconscio e apparente. Nel secondo caso, il padre proietta sulla figlia un ideale di femminilità che avrebbe voluto incarnare se fosse nato femmina e non l'ideale di donna che vorrebbe possedere.

Le identificazioni di cui si parla qui sono quelle ereditate dal narcisismo primario. La paternità si costruisce su un attaccamento affettivo fatto dall' identificazione del bambino con un complesso immaginario prodotto dallo stesso padre e si apre all'iscrizione in una appartenenza che trascende la sola figura del padre. Per cui l'analisi di un ruolo paterno pretende quella della natura dell'attaccamento del padre al figlio quanto quella della trasmissione patrimoniale. Propongo quindi di discutere in queste poche righe le difficoltà dell'attaccamento del padre carcerato al figlio, e in un secondo tempo, di discutere le sue difficoltà nel trasmettere la sua storia.


L'attaccamento del padre detenuto al figlio.

Questo attaccamento diventa ipertrofico sul piano dell'immaginario, non potendo essere vissuto nella realtà. Piu' il padre perde il contatto col figlio e piu' gli da una straordinaria importanza, fissandolo in un quadro ideale. Alcuni padri che rifiutano di ammettere la crescita dei loro figli, ne parlano quando sono adolescenti come fossero i bambini che hanno lasciato al momento dell'arresto. Questa ipertrofia dei legami immaginari suscita in alcuni padri proiezioni terrificanti relative al divenire del loro figlio o, al contrario, proiezioni idilliache e fuori della realtà. In entrambi i casi il figlio reale, di fronte al padre detenuto, viene messo in competizione col figlio sognato. Le fantasticherie del padre stimolate dall'assenza sono spesso allontanate dal figlio reale che in visita qualche ora al mese non puo' imporre al padre di rivedere i suoi sogni sulla base della realtà. Col tempo il bambino si sente sempre piu' estraneo all'immagine alla quale lo ha ridotto il padre al punto che a volte non puo' piu' comunicare con lui. L'eccesso d'immaginazione nell'attaccamento del padre al figlio finisce per ostacolare la loro relazione fino a renderla addirittura impossibile.



La trasmissione paterna

L'allontanamento non basta a spiegare tutte le caratteristiche dell'attaccamento del padre carcerato al figlio. Da una parte questi legami sono dominati dalla paura del detenuto di contagiare suo figlio con i germi psicosociali che l'hanno reso un delinquente. La prigione trasforma i colpevoli in vittime, sentimento che cresce col prolungarsi della pena. Invece di favorire la nascita del sentimento di responsabilità la pena convalida le esperienze d'irresponsabilità. Le condizioni stesse della detenzione in cui tutto è programmato, in cui il detenuto viene ridotto a fanciullo, stroncano losviluppo della funzione di padre. Si puo' trasmettere solo cio' di cui ci si sente responsabili. Viceversa un genitore che trasmette a suo figlio la sua storia senza assumerne la responsabilità (e non la giustificazione) lo spinge ad una coscienza infelice. Il padre deve poter dire:"ecco quello che ho fatto a partire da quello che sono, tocca a te fare cose che ti apparterranno a partire dal nome che ti trasmetto".

Il sentimento di irresponsabilità ha come effetto di far dire al padre : il mio nome, che è anche il tuo, mi ha portato sfortuna, mi ha portato ad essere quel che sono, trasmettendotelo ti trasmetto questa determinazione". La portata simbolica della parola del padre deve far capire al bambino che la trasmissione non è una alienazione, un condizionamento ma piuttosto la condizione stessa della libertà. L'infantilismo, l'irresponsabilità, il vittimismo, che sono i punti forti dell'esperienza carceraria, compromettono pericolosamente il padre nella sua funzione di trasmissione. Inoltre si osserva frequentemente l'abbandono del ruolo con le molteplici consenguenze che ne derivano sullo sviluppo del bambino.


Ostacoli psicosociali nell'esercizio della funzione di padre.

Ho già tentato di descrivere i diversi elementi che possono turbare il legame del padre col figlio e quindi stroncare le sue capacità nell'assunzione della funzione paterna. Per limitare la mia proposta a quest'unico punto di vista psicologico assumero' il rischio di omettere una parte maggiore delle difficoltà dei padri incarcerati. I legami fra il figlio e il padre in prigione sono sicuramente ostacolati da meccanismi psicologici ma lo sono anche da norme e aspetti sociali e psicologici che devo citare. I rapporti fra il figlio e il genitore detenuto sono spesso colpiti da difficoltà economiche (costo dei viaggi), da reticenze o divieti amministrativi e giuridici. Possono anche essere ostacolati dall'esistenza di conflitti familiari o piu' semplicemente da ricomposizioni familiari. Considerando questi ostacoli le équipe di Relais Enfants-Parents sono spinte a diventare mediatrici. Mediatrici fra il padre carcerato e la madre del bambino, mediatrici fra il padre in prigione e l'istituzione a cui il bambino è stato affidato, mediatrici fra un padre imputato e il giudice istruttore, mediatrici a volte fra il padre detenuto e il figlio. Questa funzione giustifica il termine di "relais" (staffetta) ed è di grande attualità nell'ipotesi di padri stranieri o di origine estera (piu' di un terzo della popolazione carceraria). Troppo spesso a causa della separazione dei nuclei familiari dovuta all'emigrazione, i carcerati accumulano difficoltà sociali e psicologiche.

Azioni come le nostre, portate avanti da 17 anni fra le 15 associazioni regionali dei Relais Enfants-Parents, contribuiscono efficacemente a ridurre gli effetti innegabili dell'emarginazione carceraria.Per definizione l'essere umano è legato al suo simile, ridurlo a se stesso ed isolarlo porta inevitabilmente a degradarlo allo stato animale. Cosi'le pene che tolgono la libertà devono ridurre le conseguenze di una curiosa contraddizione: distruggere per riparare.

Nel cuore di questo paradosso, i legami familiari, autentiche linee di confine fra i punti di riferimento umanizzanti e gli intrighi piu' violenti e dolorosi, complicano le domande su dove s'intersecano le competenze educative, psicologiche, giuridiche e sociali. Ma inoltre è fondamentale agevolare la continuità dei legami familiari senza pertanto ridurli a statuto di strumento a servizio del reinserimento del genitore carcerato.

I legami familiari e, a fortiori, quelli che implicano i bambini, non possono essere strumentalizzati dalle politiche penali. Questi legami concorrono in modo naturale a ridurre gli effetti dell'emerginazione del carcere ma non possono venire adoperati a questo scopo. La sfumatura è fondamentale. In situazioni precise l'esperto dell'infanzia deve frequentemente farviriferimento. Cosi' come nella situazione di un forte stato depressivo di un detenuto, puo' succedere che la direzione di un penitenziario, o addirittura un servizio psichiatrico chiami i professionisti dei Relais per via dell'aggravarsi del disagio di un genitore dovuto all'assenza del rapporto col figlio. Dunque se sentiamo l'obbligo di testimoniare la nostra compassione e il nostro rispetto per la sofferenza psichica del detenuto abbiamo ancor di piul'obbligo di non assegnare al bambino un ruolo terapeutico nei confronti del genitore.

La rottura delle relazioni familiari rappresenta per il detenuto un fattore che aggrava le difficoltà di reinserimento. Alcuni studi, come quello di Brodsky del 1975, dimostrano che i genitori detenuti che hanno mantenuto i legami familiari sono meno recidivi e fra loro si riscontrano anche meno problemi di disciplina carceraria. Spetta quindi agli esperti dell'infanzia, psicologi, pediatri, pedagogisti di valutare in certe situazioni come o fino a che punto accompagnare le relazioni fra il bambino e il genitore incarcerato. Per questo l'originalità della rete delle associazioni Relais Enfants-Parents,che in Francia aiutano a mantenere i legami compromessi dalla detenzione in piu' di un quarto degli istituti di pena, nasce su iniziativa degli espertidell'infanzia.

Questi esperti operano, l'ho detto prima, come mediatori in situazioni in cui le relazioni sono compromesse da conflitti che oppongono il detenuto all'altro genitore o alle autorità giudiziarie. Piu' specificatamente noi interveniamo presso il bambino accompagnandolo nei luoghi di detenzione ove possa incontrare il genitore in spazi preposti allo scopo. In questa situazione possiamo aiutarlo ad esprimere senza vergogna o senso di colpa i suoi possibili disagi.

Ci capita di sentire che il bambino tema di essere sleale o di ferire il genitore confessandogli che preferirebbe venire meno spesso in prigione. In altre occasioni i bambini possono comunicarci incomprensioni davanti a espressioni violente o indignate del genitore di cui non comprendono la portata e che fanno loro paura. Infine è nostro compito anche aiutare il bambino a non sentirsi responsabile della sofferenza del genitore.

Per far vedere come il genitore, a volte ingenuamente, porta il bambino a sentirsi responsabile del suo sconforto, ricorderei il caso di una madre condannata a 20 anni di reclusione. Questa madre si era rivolta cosi' ai suoi 3 figli durante un colloquio: "mi pento di quello che ho fatto perchè questo mi ha allontanato da voi". Subito dopo questa frase, che sembra contenere solo una testimonianza d'affetto, il piu' piccolo dei tre si agita, tamburella e rifiuta di parlare. Sulla soglia del carcere, quando torna la calma, l'accompagnatrice tenta di aiutarlo e far si che esprima le ragioni del suo improvviso cambiamento d'umore. La conversazione è appena abbozzata che il bambino di 8 anni afferma con un tono in cui si mescolano smarrimento e sorda irritazione: "sai, non è colpa mia se mamma è in prigione"

Evitare che il bambino si senta colpevole o responsabile della situazione del genitore, che si senta sleale o provi vergogna guida i metodi d'intervento del Relais Enfants-Parents. Certo è comunque importante lavorare con il genitore detenuto in modo che venga riabilitato nel suo ruolo o che siano rimossi gliostacoli che bloccano il rapporto col figlio. Tuttavia è ormai chiaro che anche in questa prospettiva la nostra esperienza sarà sempre orientata all'interessedel bambino.

* Intervenzione di Alain Bouregba, psicoanalista, Direttore della Federazione dei Relais Enfants-Parents, alla giornata di studi "Carcere : Salviamo gli affetti", a Padova, 10 maggio 2002.



























Crédits
Hebergement / hosted by cogitel-forum.fr